oscar ferrari fotografie

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Il 13 marzo 1967, al Parco Mazzini veniva posta la prima pietra dello Stabilimento intitolato a Luigi Zoja, insigne clinico, convinto assertore dell’efficacia delle cure termali, cittadino onorario di Salsomaggiore. Quattro anni prima aveva avuto inizio la demolizione dello Stabilimento Magnaghi, le “Grandiose Terme”, rese inservibili a causa dei danni provocati dalla seconda guerra mondiale.
L’area su cui sorgeva il Magnaghi parve in un primo tempo destinata alla costruzione del nuovo stabilimento, in seguito fu invece privilegiata la conca di Parco Mazzini, dove un tempo si svolgevano le gare del concorso ippico e del locale campionato di calcio.

Per il progetto era stato bandito un concorso internazionale, al quale avevano partecipato ingegneri ed architetti famosi. Vincitore del concorso era risultato il progetto ideato dall’architetto e designer Franco Albini (1905-1977) che si era avvalso della collaborazione di una collega, Franca Helg con cui da tempo aveva costituito un sodalizio in grado di realizzare progetti importanti. Nella cittadinanza era grande l’attesa del nuovo Stabilimento, che si presentava come un evento ricco di nuove prospettive di sviluppo per Salsomaggiore. Alla sua realizzazione avevano dato un considerevole contributo le istanze sociali presenti nel territorio, anche con delegazioni di cittadini giunti a Roma per sollecitare i ministri competenti.

Le nuove Terme dovevano essere l’emblema di una trasformazione sostanziale, di un cambiamento che già aveva dato i suoi primi frutti: l’apertura, tutto l’anno, delle terme Berzieri e l’azione di forte stimolo ad importanti iniziative di rinnovamento, come la copertura, proprio nella zona antistante lo Stabilimento, del torrente Ghiara. Il nuovo edificio sorgeva in concomitanza con l’avvio del nuovo assetto giuridico delle Terme, che segnava il passaggio dalla gestione statale, retta, come è noto, dai “gestori governativi”, ad una gestione societaria. Era nata, infatti, la “Terme di Salsomaggiore SpA”, quale risultante della fusione degli interessi pubblici con gli indirizzi organizzativi caratteristici della proprietà privata.

Il 20 luglio 1968, a poco più di un anno dalla posa della prima pietra, ebbe luogo l’inaugurazione del primo lotto del complesso termale che due anni più tardi avrebbe funzionato a pieno ritmo. Sorge, lo Zoja in un’area verde di grande respiro, essendo la superficie coperta, 3600 mq, un quinto circa della superficie complessiva. A forma di “T” nel rilievo planimetrico, l’edificio si sviluppa su otto piani, articolati in tre bracci intorno ad un nucleo centrale: i quattro intermedi sono riservati alle cure con bagni e fanghi, mentre i due piani basamentali, dagli atri amplissimi, sono in parte adibiti a studi medici e a cure sussidiarie, ma soprattutto destinati a servizi di comfort e di accoglienza per gli ospiti. Nei due piani estremi sono invece situati i servizi tecnici ed i serbatoi collegati alla rete di alimentazione mineraria. Un complesso termale, lo Zoja, in cui l’imponenza della volumetria complessiva (80.000 metri cubi) è temperata, quasi alleggerita, dalla sobria eleganza degli interni e dalla composizione dei prospetti, modulati secondo un’estetica essenziale.

Essenzialità, eleganza, sobrietà, in una parola modernità, sono segni distintivi dell’opera di Franco Albini, che pure ha saputo cogliere la peculiarità della tradizione salsese, presente nello Stabilimento Berzieri e negli stessi insediamenti alberghieri, vanto, un tempo, dell’imprenditoria salsese.Anche a Parma, al palazzo INA, in Via Farini, l’Albini ha lasciato la sua impronta artistica. Ma è soprattutto a Milano e a Genova che egli ha potuto esprimere tutta la gamma della sua versatilità artistica: nell’urbanistica, nell’edilizia e nell’attività museale in cui ha operato un completo rinnovamento delle tecniche espositive.

Testo di Silvia Cabassi